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Nacque a Grognardo, alla cascina Centò, in
una famiglia di profonda religiosità.
Avvertita la chiamata del Signore, compì i
suoi studi presso il Seminario vescovile di Acqui; ordinato sacerdote, restò al
seminario come insegnante di greco e latino esercitando insieme il suo ministero
sacerdotale con carità e dedizione. Oratore fecondo, seppe unire la profonda
dottrina ad un patos umano, che lo rendeva capace di
toccare con le sue parole l’animo sia dei dotti che degli umili.
Nominato parroco di Ovada, si distinse per la
sua attività pastorale e sembrò a tutti naturale la sua elevazione
all’episcopato.
Vescovo di Nuoro negli anni terribili della
seconda guerra mondiale, si adoperò per soccorrere quanti la guerra aveva colpito: orfani,
sfollati, senza casa; dopo l’otto settembre 1943 prestò soccorso ed aiuto ai
soldati italiani che erano rimasti sbandati in Sardegna dopo il disfacimento
dell’esercito, molti dei quali
piemontesi, trovando per loro ricovero e cibo.
Successivamente Vescovo di S.Miniato al
Monte, operò fino a che, per l’età dovette ritirarsi; tornò allora al suo paese
natale, ove visse ancora qualche tempo, fra il generale affetto e rispetto.
Di mons. Beccaro va ricordata la profonda amicizia che lo legò a Giovan Battista Montini, nominato da Papa Giovanni XXIII vescovo di Milano, elevato poi dallo stesso pontefice alla porpora cardinalizia. Amicizia che mai si affievolì, anche quando il card. Montini divenne Sommo Pontefice, col nome di Paolo VI. Il nuovo Papa lo chiamò all’organizzazione dei lavori del Concilio Vaticano II; monsignor Beccaro vi dedicò la sua dottrina e le sue doti organizzative, ed il suo contributo è ricordato nella lapide gratulatoria murata nella Basilica Vaticana, di fronte alla Porta Santa.
La sintesi migliore del suo insegnamento e della sua vita stà nella sua esortazione:
“ Sappiate pregare come angeli, lavorare come apostoli, soffrire come martiri. E siate sempre da Dio benedetti”
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Nasce a Grognardo il 18 gennaio 1846,
sesto di otto figli, da Teresa Bono e Pietro Antonio Beccaro.
Studiò presso il Seminario Vescovile di
Acqui poi entrò come novizio nel Convento Carmelitano di Concesa dove nel 1861
prese l’abito, seguendo le orme del fratello maggiore Giacomo, che aveva già
scelto il Carmelo con il nome di padre Leopoldo.
Nel 1869 raggiunse il fratello
missionario a Malabar, nelle Indie Orientali, ed vi restò fino al 1876, quando
entrambi vennero richiamati in Italia.
Continuò in Italia la sua attività
missionaria, con risultati prodigiosi.
Fondò a Milano chiesa e convento del Corpus Domini e l’Ospizio Nazionale dei Piccoli Derelitti con l’annessa Colonia agricola a Cuasso al Monte, in provincia di Varese, per salvaguardare gli orfani, in particolare quelli dei terremotati di Reggio e Messina.
Collaborò all’erezione di due conventi carmelitani: Parma e Piacenza; a Cherasco, in Piemonte, fondò un seminario carmelitano.
Fu scrittore e predicatore noto in tutt’Italia ed al estero per i suoi libri, diffusi dalla “Casa Editrice Santa lega Eucaristica”, da lui stesso fondata. Figura umana e cristiana di spicco, fu in relazione con le personalità più vivaci della Chiesa di allora, come il Cardinale Ferrari e don Guanella.
Le sue molteplici iniziative, che ebbero vasta risonanza non solo nazionale, lo portarono a contatto con re e ministri, rimanendo sempre fedele, da buon carmelitano alle esigenze del Vangelo, vissuto profondamente come servizio ai più poveri.
Morì a Roma nel 1912, ma riposa per sempre nella sua terra natale, nell’antica chiesetta di S.Felice in Grognardo.
FRANCESCO GAROFANO

Ricordiamo questo Grognardese poiché lo Stato di Israele gli ha concesso quella che sul piano umano e civile è forse la più alta onorificenza che si possa attribuire, quella di “GIUSTO”, cioè di “uomo giusto” che, nel difendere gli Ebrei perseguitati nell’epoca dell’Olocausto, ha messo in pericolo la sua vita per la loro salvezza. Si tratta di una rara onorificenza concessa in Italia soltanto a trecento persone.
La storia di questo mugnaio, classe 1899, è davvero singolare, poiché chi difendeva gli Ebrei era il Podestà di Grognardo, il rappresentante cioè di quel regime fascista che aveva emanato, sull’esempio tedesco, le infami leggi razziali; quelli leggi egli non solo non le applicò, ma le violò a suo rischio.
Così raccontò i fatti, da vero piemontese, cercando di minimizzare il suo ruolo e mai parlando dei pericoli corsi: “Se ho potuto fare qualcosa all’insegna di un minimo buon senso umano, è per via delle circostanze. Tesoriere ed esattore del comune era un ebreo, il cavalier Jona. Una degna persona. Negli anni Trenta questi nostri paesi erano ridotti alla fame. Campavano sulla viticoltura e la filossera aveva bruciato tutti i vigneti. Io raccomandavo a Jona di andarci piano con le tasse, con le ingiunzioni. Ma non ce n’era bisogno, perché Jona aveva un gran cuore.
Nel ’38 il prefetto gli tolse il posto; erano scattate le leggi razziali. Poi venne la guerra; Jona, che era rimasto a Grognardo, capì che si poteva fidare e mi raccomandò un suo parente, scappato con la moglie da un campo in Austria, Si chiamava Mathias Reich. Gli trovai uno stanzone sopra la cooperativa; il paese sapeva ma taceva.
Poi arrivarono i Landau: padre, madre ed un ragazzo che adesso fa l’attore televisivo in America; li sistemai in un cascinale vicino al mio mulino.
Zalel e Golda Urman, a cui devo il riconoscimento d’Israele, me li portò mio figlio nel dicembre del 43. Un caso. Aveva bisogno di un vestito e, su consiglio di un amico, era andato a Genova nel negozio degli Urman per poterlo comprare fuori tessera. Era appena entrato nel negozio quando telefonarono che i tedeschi stavano circondando la zona per rastrellare gli ebrei. Così, dopo qualche ora, me li vidi comparire a casa; come si vede, la mia buona volontà è stata alimentata dalle circostanze,
La fortuna ci ha aiutati. Per mesi abbiamo avuto a Grognardo un reparto della Wehrmacht e, dall’inverno ‘43 alla primavera del ’45 abbiamo subito 18 rastrellamenti…Ricordo l’appetito di Erich Landau, il ragazzo; tiravano la cinghia, ma almeno se la sono cavata. E non è che dalle nostre parti i nazisti siano stai teneri: tutta la comunità israelita di Acqui è stata deportata”.
In realtà, come si ricava da un documento del 1945, le famiglie di Ebrei che si erano rifugiate a Grognardo furono otto.