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La leggenda di Aleramo e Alasia
 

 

La storia del Monferrato è una storia di signori e di popolo, di guerra e di cultura, di vittorie e sconfitte, un poco come le storie di tutte le signorie di questa nostra penisola; una storia, come si è sopra visto, anche con  caratteri originali ma fatta in prevalenza di eventi bellici. Ma il Monferrato è frutto di un evento unico nella storia, poiché nasce da una storia di amore e passione,ardimento ed avventura. come narra la leggenda e come ci racconta  Fra Jacopo da Acqui intorno al 1330. Proprio in un paese vicino ad Acqui , a Sezzadio, inizia la  storia.

 C’era una volta, e c’è ancora, poco fuori dell’abitato di Sezzadio, l’Abbazia di Santa Giustina, fondata verso il 740 da Liutprando re dei Longobardi in onore di quella martire santa. In un lontano giorno dell’anno 904 giunge a Sezzadio, a Tsè come suona il nome dialettale, un ricco convoglio: si tratta di pellegrini tedeschi, più precisamente della Sassonia, di nobili origini. Il cavaliere sassone aveva abbandonato le sue fredde terre ed era sceso in Italia per adempiere un voto; insieme alla propria sposa, infatti, egli aveva promesso di recarsi in pellegrinaggio a Roma qualora si fossero manifestati i segni della tanto attesa e sospirata maternità. Giunti che furono nel borgo, la donna venne colta dalle doglie del parto, e venne subito festosamente ospitata nella castello dei Signori di Sezzadio, anch’essi di origine germanica; furono essi a dare al bimbo che nacque il nome di ALERAMO, che voleva significare allegrezza. Ma il voto doveva essere compiuto, e perciò i genitori lasciarono il bambino in cura ai nobili castellani di Sezzadio, sotto l’assidua vigilanza di una balia della Sassonia. Ben amaro però era il destino di Aleramo: egli non avrebbe mai conosciuto le tenerezze ed il sorriso della madre né i guerreschi insegnamenti del padre, poiché tutti e due morirono nel viaggio di ritorno da Roma; poco dopo morì anche la balia, l’unica che gli parlava e lo coccolava nella lingua dei suoi avi. Aleramo crebbe così tra la gente del castello e della terra di Sezzadio, bello, forte ed aitante, portando nel sangue e nei modi i tratti inconfondibili della sua nobile discendenza; per il suo coraggio e la sua abilità nelle armi fu creato scudiero e come tale, insieme ad altri cavalieri di Sezzadio andò a portare aiuto all’Imperatore Ottone I, che aveva cinto d’assedio la città di Brescia che si era ribellata ai suoi comandi.

 

 

Aleramo si fece subito notare nell’esercito imperiale per la sua audacia e la sua abilità, tanto che l’Imperatore stesso, ammirato, conosciuta la sua storia, lo nominò cavaliere al suo servizio. Lo nominò inoltre coppiere alla mensa della sua famiglia, onore altissimo riservato ai grandi signori. Aleramo, bello e coraggioso, giovanissimo, entrò quindi in confidenza con la famiglia imperiale ed il suo fascino colpì Alasia, la bellissima figlia dell’Imperatore; fra i due giovani fu subito amore travolgente. Aleramo, pur con tutte le sue virtù, non poteva certo aspirare ad una principessa imperiale; rimaneva sempre un povero cavaliere, senza famiglia e proprietà, senza titoli ed alleati potenti; nella società feudale amare la figlia del proprio imperatore per un giovane come Aleramo era anzi un reato gravissimo di infedeltà, che comportava la morte. Alasia, non trovando altra soluzione al suo sogno d’amore, propose al valletto la fuga, ma questi, ricordando il suo giuramento di fedeltà, esitava; presto però i dubbi furono vinti dalla passione e dalle insistenze della principessa. Nel cuore della notte Aleramo fuggirono dall’accampamento dell’Imperatore, Alasia su un cavallo bianco, Aleramo su un cavallo rosso; bianco e rosso che saranno i colori di famiglia della loro stirpe. L’Imperatore Ottone , scoperta la fuga, prima incredulo poi furibondo, inviò i suoi soldati in tutte le direzioni a cercare i fuggiaschi; fu come una gigantesca battuta di caccia, che interessò tutta la pianura padana. Ma i due innamorati sembravano svaniti nel nulla, e dopo mesi di ricerca si pensò che la loro fuga si fosse tragicamente conclusa con la morte in qualche foresta, uccisi dagli stenti o dalle fiere selvatiche. Le ricerche furono allentate e l’Imperatore tornò in Germania, ordinando ai suoi vassalli in Italia di continuare ancora a cercare la figlia.  

Aleramo ed Alasia erano però vivi e sempre più innamorati; cavalcando notte e giorno, per sentieri selvaggi e foreste, evitando ogni città e borgata, si erano rifugiati nell’acquese, dove Aleramo era amato e protetto. Quando la loro ricerca si estese anche alle nostre zone, essi ripararono sul monte chiamato Pietra Ardena, un monte aspro, roccioso e selvatico che è situato nell’entroterra di Alberga. Aleramo conosceva bene queste località impervie ed irraggiungibili, perché vi andava a cacciare; qui, grazie alla sua bontà e gentilezza si era fatto amici i carbonai della zona, gente fiera e schiva, che gli erano devoti.

 Furono proprio i carbonai ad aiutare i due innamorati; diedero loro rifugio e protezione, li fornirono di cibo e li aiutarono a costruirsi su quelle montagne una capanna, che divenne la loro casa e, presto, anche la casa dei loro figli; insegnarono anche ad Aleramo l’arte di fare il carbone con la legna che abbondava su quei monti, ed il nobile cavaliere si trasformò in carbonaio per sfamare Alasia ed i loro figli. Aleramo portava a vendere il carbone ad Alberga, e ritornava con oro e seta con i quali Alasia ricamava e fabbricava i più svariati ogetti, anch’essi poi venduti in quella città; la caccia ed i prodotti del bosco contribuivano al mantenimento, cosichè ai primitivi stenti seguirono gli agi di una vita lieta e tranquilla. Le popolazioni della zona amavano questi due innamorati, la cui nobiltà veniva da tutti percepita; quando vicino ad Alberga venne fondato un nuovo paese, gli diedero il nome di Alassio, proprio in onore della principessa fuggiasca. Ma un  giorno questa pace venne a mancare ai due sposi. Alberga era governata da un Vescovo che era anche un potente feudatario, che governava molte terre ed era ricco e temuto; Aleramo aveva stretto amicizia con il cuoco del vescovo al quale vendeva il carbone per le cucine, e dal cuoco venne a sapere che il Vescovo doveva mandare, da fedele vassallo, truppe a Brescia, che si era nuovamente ribellata all’Imperatore. Il Vescovo di Alberga già conosceva il figlio primogenito di Aleramo, che era stato chiamato Ottone come il nonno imperatore; ne aveva apprezzato le doti di nobiltà e coraggio e lo aveva nominato suo scudiero, nonostante fosse figlio di un carbonaio. Fu così che tutti quanti s’incamminarono all’assedio della città lombarda, Aleramo però con le semplici vesti di aiuto cuciniere. Ma pentole e padelle non erano le sue armi preferite: Per ben due volte, quando i Bresciani fecero delle sortite fuori  delle mura, Aleramo, cavalcando e combattendo strenuamente, volse in fuga gli uomini dell’assediata città, liberando l’imperatore stesso da un incombente pericolo e riprendendo un suo nipote che era stato fatto prigioniero dai Bresciani. In un’altra circostanza, smise gli umili indumenti usati nelle cucine, si vestì con un armatura d’altri    e volle giostrare in presenza dell’imperatore e dell’imperatrice, compiendo tali prodezze da entusiasmarli. Chi era dunque questo oscuro cavaliere travestito da cuoco che compiva azioni di così grande valore? L’Imperatore volle saper tutto dal Vescovo di Alberga, che a sua volta interrogò Aleramo; e così fu conosciuta la storia che abbiamo raccontato, storia d’amore, e d’audacia, di nobile valore e di teneri sentimenti. L’Imperatore fu commosso dal rivedere la figlia, e lo fu ancor più insieme alla consorte dal vedere i nipoti che non aveva mai conosciuto; il tempo trascorso aveva placato il suo rancore ed egli accolse nella sua reggia Aleramo, Alasia ed i loro figli; ne riconobbe il rango di principi e diede ad Aleramo uno stemma ed un vessillo in cui i colori bianco e rosso avrebbero ricordato per sempre i cavalli coi quali erano fuggiti. L’Imperatore conferì ad Aleramo il titolo di marchese e gli concesse tanta terra quanta in tre giorni egli fosse riuscito a circondare durante una corsa a cavallo. Aleramo, che era il miglior cavaliere dei suoi tempi, partì e nella sfrenata corsa di tre giorni e tre notti aggirò valli e colline tra il Tanaro ed il mare, tracciando così i confini del Monferrato, nel quale era compreso il piccolo borgo di Ragnando o Grognardo, che sempre vi restò.

Qui finisce la leggenda. La realtà incomincia il 21 marzo dell’anno 967, quando l’Imperatore Ottone I con proprio diploma consegna ad Aleramo la marca di Monferrato

E così si alza il sipario sull’

                                              esultante di castella e vigne

                                              suol d’Aleramo

come in sintesi efficace il Carducci definisce la nostra terra.